• Giurisprudenza
  • Guida in stato di ebbrezza o sotto l'influenza di stupefacenti ed omicidio stradale
  • Dott.ssa Maristella Giuliano

L'istituto della particolare tenuità del fatto nel caso di guida in stato d'ebbrezza

Corte di Cassazione IV Sezione Penale
Sentenza n.33821 del 31 luglio 2015

Guida in stato d’ebbrezza – assenza di una condotta di guida concretamente pericolosa - particolare tenuità del fatto - art. 131 bis cod. pen – disciplina più favorevole al reo – applicabilità - sussiste

 

 

Guida in stato d’ebbrezza – assenza    di   una   condotta  di   guida    concretamente   pericolosa - particolare tenuità del fatto - art. 131 bis  cod. pen – disciplina più favorevole al reo – applicabilità -  sussiste

 


Valutata la condotta di guida concretamente non pericolosa,  e i parametri  di   legge   concernenti  la  pena   edittale  e l'abitualità, la Cassazione ha ritenuto legittimo procedere all’annullamento della  sentenza impugnata, in ragione della  sopravvenuta disciplina legislativa  più  favorevole al reo. Pertanto si è ritenuta applicabile il nuovo istituto della non punibilità per particolare tenuità dell’offesa, introdotto con D.Lgs. 16 marzo 2015, n. 28, che a sua volta ha introdotto l’art 131 bis nel codice penale.

La disciplina si applica a tutti quei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore a cinque anni, o la sola pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena. La  punibilita'  e' esclusa quando, per le modalita' della condotta e per l'esiguita' del danno o del pericolo, l'offesa e' di particolare tenuita' e il comportamento risulta non abituale.  


 

 

 

RITENUTO IN  FATTO

 

 

l. La  Corte   di   Appello   di   Bologna,  con   sentenza  del   17/10/2014,   ha riformato  con   esclusivo  riferimento  alla   concessione  del   beneficio  della   non menzione della  condanna nel  certificato penale   spedito a  richiesta di  privati la pronuncia emessa   il  17/04/2013 dal  Tribunale  di   Forlì,  che  aveva   dichiarato Pasolini Mauro  responsabile della  contravvenzione di cui all'art.l86, comma  7, d. lgs.  30  aprile 1992,  n.285 perché   quale   conducente dell'autovettura  Audi  A4 aveva  rifiutato, il 2 luglio  2010, di sottoporsi ad accertamenti volti  a verificare la presenza  nel sangue  di sostanze  alcoliche.

 

 

2. Mauro  Pasolini, premesso che la Corte  di Appello  non  ha posto  attenzione alle  doglianze sottopostele nell'atto di gravame, censura la sentenza  impugnata per i seguenti motivi:

a)  violazione  e  falsa  applicazione dell'art.l92, comma    l, cod.proc.pen. - mancanza di motivazione. Il ricorrente si duole  del fatto che il giudice  di appello abbia  ritenuto che le deduzioni difensive in merito al comportamento tenuto dagli agenti non  scalfissero la prova  dichiarativa resa  dagli  stessi  senza  indicare quali passaggi   motivazionali della  sentenza   di  primo grado   confutassero le  censure proposte dall'appellante;

b)  violazione e  falsa  applicazione dell'art.l86, comma    7,  cod.   strada, e dell'art.l92, comma l, cod.proc.pen. Secondo  il ricorrente, gli  elementi ritenuti sintomatici  dello   stato   di  ebbrezza   che  sono   stati   indicati  nella   relazione di servizio,  in   assenza    di   una   condotta  di   guida    concretamente   pericolosa, avrebbero potuto trovare altra   giustificazione ed  erano  stati  smentiti dagli  altri testimoni escussi;

per tale ragione il   giudice avrebbe dovuto ritenere insussistenti gli  elementi necessari per  giudicare legittimo l'ordine di  sottoporsi all'alcoltest. Nel ricorso si deduce  che la motivazione offerta sul punto dalla  Corte di Appello  sarebbe manifestamente illogica, avendo affermato che non  occorre  la prova   dell'evidenza  dello  stato   di  ebbrezza perché  la  Polizia  Giudiziaria  possa legittimamente  pretendere  l'effettuazione  del   test   alcolemico.  A  fronte  della deduzione difensiva concernente la   tardività della richiesta della Polizia Giudiziaria, formulata dopo  che  l'imputato si era  allontanato ed  era  entrato nei suoi  uffici, la  Corte  territoriale ha  ritenuto che  la  questione della  tempestività

della  richiesta avrebbe assunto rilievo ai soli fini dell'attendibilità del  test mentre,

 

secondo  il ricorrente, il reato  contestato non  sussiste  qualora  la persona  rifiuti di sottoporsi al test non nell'imminenza della  guida  né subito dopo di essa;

c)  violazione e  falsa  applicazione degli  artt.l3,14 e  23  Cost.  e dell'art.l86 cod. strada  -carenza di motivazione. La Corte  territoriale, si assume, ha omesso

 

di   esaminare   la   dedotta  illegittimità   dell'ordine  dato   dagli   Agenti    quando nessuno, in base ai principi costituzionali, avrebbe potuto imporgli di uscire  dalla propria privata dimora per  sottoporsi ad  una  procedura coatta   limitativa  della sua libertà personale e della sua autodeterminazione, giustificata solo nell'imminenza della  guida;

d)   violazione  e  falsa   applicazione dell'art.l86,   comma   3,  cod.   strada   - motivazione insufficiente. Il ricorrente deduce   che  una  corretta interpretazione della   normativa  avrebbe  dovuto  escludere  che   la   richiesta dell'imputato  di effettuare il pre-test nei suoi  uffici, nel rispetto della  riservatezza, potesse interpretarsi come   un  rifiuto e  che,  in  ogni   caso,   il  giudice avrebbe dovuto escludere   l'elemento    psicologico   del    reato     considerando   che    il   rifiuto dell'imputato  non   era   assoluto  ma   condizionato  a  comprensibili  esigenze   di

privacy. La  motivazione offerta sul  punto dalla  Corte  di  Appello, si assume,  è

illogica,  laddove  si  è  ritenuto  che   il Pasolini   avrebbe  dovuto  aderire  senza condizioni all'ordine dato, per  la prima  volta, quando  l'imputato era già  rientrato nei  locali  aziendali.  Il giudice di  appello avrebbe,  peraltro, travisato  la  prova affermando che  l'imputato era  rientrato negli  uffici  dopo  la  contestazione della sosta irregolare  e   dello    stato    di   ebbrezza,   non    essendovi   stata    alcuna contestazione in  tal  senso,  ed  anche  affermando che  la  pretesa   del  Pasolini  di

svolgere le  prove   all'interno degli   uffici   fosse  pretestuosa, non  essendovi sul posto  il furgone attrezzato al cui interno svolgere le prove;

e)  violazione  e  falsa   applicazione dell'art.186,  comma   7,  cod.   strada   edell'art.133 cod.  pen.  - mancanza di  motivazione. Il ricorrente si duole  che  la Corte  di  Appello  abbia   rigettato la  censura   relativa alla  misura della  sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente  di guida con motivazione apparente, non  esplicitando quali  fossero  le modalità del  fatto ed il comportamento  tenuto   dall'imputato   né   tenendo   conto    dei    criteri  di   cui all'art.133 cod. pen.  per  giudicare congruo un periodo di un anno,  né replicando alla  dedotta illogicità della  determinazione della  sanzione   accessoria in  misura non  correlata al minimo edittale a fronte dell'applicazione del minimo della  pena principale;

f)   violazione  e  falsa   applicazione dell'art.186,  comma    7,  cod.   strada   -mancanza di  motivazione e travisamento della  prova. Il ricorrente si duole  che sia  stata  disposta la  confisca  di un  veicolo  non  appartenente all'imputato ma  a soggetto estraneo al reato, segnatamente alla  società  cooperativa della  quale  il Pasolini  è legale  rappresentante, in difetto della  prova  che  l'imputato avesse  un effettivo e  concreto dominio  sulla  cosa  per  la  ripetitività  dell'uso di  essa.  La

sentenza  è priva  di motivazione, secondo  il ricorrente, nella  parte  in  cui non  ha confutato la censura  inerente alla  nozione  di appartenenza accolta  dalla  Corte  di Cassazione  a  Sezioni  Unite  con  sentenza   n.14484/2012, collegata al difetto di prova   del   diritto  di   proprietà  o  di   qualsivoglia diritto   reale   o   di   garanzia dell'imputato sul bene confiscato.

 

 

3. Con memoria depositata il 27  maggio 2015  il difensore del ricorrente ha sollecitato il Collegio   a  qualificare il fatto di  particolare tenuità  ed  applicare, conseguentemente, la causa  di non  punibilità prevista dall'art.131 bis cod. pen., introdotta con d.lgs. 16  marzo  2015, n.28.

 

 

 

 

CONSIDERATO IN DIRITTO

 

 

 

l. I primi quattro motivi di ricorso sono infondati.

2. E' necessario, in primo luogo, richiamare quanto si legge nel provvedimento impugnato a  proposito dell'esaustività  della  motivazione fornita dal  giudice   di   primo grado   con  riferimento a  questioni riproposte nell'atto  di appello. Costituisce, infatti, orientamento interpretativo consolidato nella giurisprudenza della  Corte  di legittimità che, in presenza di una  doppia  conforme affermazione  di  responsabilità, sia  ammissibile  la  motivazione  della   sentenza d'appello per  relationem a quella  della  decisione di  primo grado, sempre  che  le censure  formulate  contro  la   prima  sentenza  non   contengano  elementi   ed argomenti  diversi  da  quelli   già  esaminati  e  disattesi,  in  quanto il giudice di appello, nel  controllare la  fondatezza degli  elementi su cui si regge  la sentenza impugnata,  non   è   tenuto  a   riesaminare questioni  sommariamente riferite dall'appellante  nei   motivi di  gravame,  sulle   quali  si  sia  soffermato il  primo giudice, con rgomentazioni ritenute   esatte   e prive  di    vizi logici,    non specificamente e criticamente censurate. In tal  caso, infatti, le motivazioni della sentenza   di   primo  grado   e  di   appello,  fondendosi,  si   integrano  a  vicenda, confluendo in  un  risultato organico ed  inscindibile al quale  occorre  in  ogni  caso fare  riferimento per  giudicare della  congruità della  motivazione, tanto più  ove  i giudici dell'appello abbiano esaminato le  censure con  criteri  omogenei a  quelli usati  dal giudice di primo grado  e con frequenti riferimenti alle determinazioni ivi prese  ed  ai  passaggi logico-giuridici  della  decisione, sicché  le  motivazioni delle sentenze dei  due  gradi  di  merito costituiscano una  sola  entità (Sez.6,  n.28411 del   13/11/2012, dep.   2013,   Santapaola,  Rv.  256435;  Sez.  3,  n.   13926 del 10/12/2011, dep.  2012, Valerio, Rv.  252615; Sez.  2, n. 1309  del  22/11/1993, . dep. 1994, Albergamo, Rv. 197250). Nel caso in esame, la Corte  territoriale non   J/2.1 ha, peraltro, proceduto ad  un  mero  rinvio per relationem alla  motivazione della sentenza  di primo grado  ma,  valutando il materiale istruttorio, ha esaminato gli specifici  rilievi   sollevati  con   i  motivi   d'impugnazione  contro  la   sentenza medesima.

 

 

3. In particolare, la Corte  territoriale ha analizzato, sottoponendole a vaglio critico,  le  deduzioni  critiche  dell'appellante  concernenti  la  sussumibilità  nella astratta  fattispecie di  reato  disciplinata dall'art.186, comma 7, cod.  strada   del rifiuto di  sottoporsi al  test  sulla   pubblica  via,   ma  non  in  un  luogo   di  privata dimora, l'assenza  di evidenza dello  stato  di ebbrezza, la tardività dell'invito degli organi di Polizia stradale a sottoporsi al  test.

3.1.  La Corte  territoriale ha, in  proposito, confermato la  condotta di  rifiuto opposta  dall'imputato, non  ritenendo sussistere differenza tra  un  rifiuto  radicale e   la   pretesa   che   l'accertamento  venga   effettuato  nei   locali   dell'azienda ivi adiacente,  rigettando   come    infondato   l'assunto  per   cui   sarebbe    mancata l'evidenza dello  stato  di ebbrezza. Si tratta di corretta qualificazione giuridica del fatto,   neppure  essendo previsto  che   la   condotta  tipica    del   reato   si   debba concretare  in   un   rifiuto  verbale.  Giova,    in   proposito,  ricordare  che   nella giurisprudenza  della   Corte   di   legittimità  è  stata    ritenuta   sussumibile  nella fattispecie  astratta  disciplinata dall'art.186,  comma   7,   cod.   strada   anche   la condotta ammissiva dello  stato di ebbrezza, indirettamente  espressiva del rifiuto di sottoporsi all'accertamento (Sez. 4, n.5409 del 27/01/2015, Avondo, Rv. 262162;  Sez.4,  n.36566  del   18/09/2006,  Baruffaldi, Rv.  235371;  Sez.4, n.3444  del   12/11/2003,  dep.   2004,  Simoncelli,  Rv.   229784).  A   ciò   deve aggiungersi  che   la   condotta  tipica    del   reato   contestato  si   sostanzia    nella manifestazione di indisponibilità da parte dell'agente a sottoporsi all'accertamento alcolimetrico (Sez.  4,   n.  5909   del  08/01/2013, Giacone,    Rv. 254792) e si distingue nettamente dalla  condotta costitutiva del reato  di guida  in stato  di ebbrezza, rispetto al cui  accertamento si può  atteggiare, ancorchè non strutturalmente, in  termini di  reciproca alternatività allorchè l'attività istruttoria espletata non  consenta di  desumere a/iunde lo  stato  di  alterazione psico-fisica penalmente rilevante del guidatore.

3.2.    La   motivazione  della   sentenza  impugnata   è,   peraltro,  esente   da manifesta  illogicità  laddove ha  escluso   che  l'invito a  sottoporsi al  test  fosse tardivo, osservando come   la  natura  di  reato   istantaneo del   reato   evidenziata dalla   stessa  difesa   rendesse evidente  la  pretestuosità degli  argomenti addotti dall'imputato, rifiugiatosi nei locali  della  sua impresa dopo  la contestazione della sosta  irregolare e  dello   stato   di  ebbrezza, per  eludere l'ordine legittimamente impartitogli.

 

 

Il principio secondo  il quale  nella  motivazione della  sentenza  il giudice del  gravame di  merito non  sia  tenuto a compiere un'esplicita analisi  di tutte le deduzioni  delle   parti   né  a  fornire  espressa   spiegazione  in   merito  al  valore probatorio di tutte le emergenze istruttorie, essendo  necessario e sufficiente che spieghi, in modo  logico  e adeguato, le ragioni del suo convincimento, dalle  quali si  dovranno  ritenere  implicitamente  disattese  le  opposte   deduzioni  difensive ancorchè  non  apertamente confutate. In  altre   parole,  non   rappresenta vizio censurabile l'omesso esame  critico di ogni questione sottoposta all'attenzione del giudice  di merito qualora  dal complessivo contesto argomentativo sia desumibile che alcune  questioni siano  state  implicitamente rigettate o ritenute non decisive, essendo  a tal  fine  sufficiente che la pronuncia enunci  con adeguatezza e logicità gli argomenti   che   si   sono ritenuti   determinanti per la   formazione del convincimento del  giudice   (Sez.2, n.9242  del  8/02/2013, Reggio,  Rv.254988; Sez.6, n.49970   del 19/10/2012,  Muià, Rv.254107;   Sez.4, n.34747 del

17/05/2012,  Parisi,    Rv.253512;  Sez.4,    n.45126  del   6/11/2008,   Ghisellini, Rv.241907).

 

 

4. Gli ulteriori argomenti sviluppati dal difensore dell'imputato, basati  su una ricostruzione alternativa del  fatto, tendono a sottoporre al giudizio di legittimità aspetti che  riguardano  l'apprezzamento del  materiale probatorio, da  riservare alla  esclusiva  competenza del  giudice  di merito, già  adeguatamente valutati sia in primo che in secondo  grado. Sino  alla  novella introdotta con la legge  n. 46 del 2006, la giurisprudenza della  Corte  di Cassazione  affermava pacificamente che al giudice di  legittimità deve  ritenersi preclusa la  rilettura degli  elementi di  fatto posti  a fondamento della  decisione impugnata e l'autonoma adozione di nuovi  o diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei  fatti, ritenuti maggiormente plausibili  o   dotati  di   una   migliore  capacità  esplicativa,  dovendo  soltanto controllare  se  la  motivazione  della   sentenza   di  merito  fosse  intrinsecamente razionale e capace  di rappresentare e spiegare l'iter  logico  seguito. Quindi,  non potevano  avere   rilevanza  le  censure   che  si  limitavano  ad  offrire  una  lettura alternativa delle risultanze probatorie,   e la verifica della correttezza   e completezza  della   motivazione  non   poteva   essere   confusa   con   una   nuova valutazione delle  risultanze acquisite: la Corte, infatti, «non  deve  accertare se la decisione   di   merito   propone  la   migliore   ricostruzione  dei   fatti,  né   deve condividerne la giustificazione, ma  limitarsi a verificare se questa  giustificazione

sia compatibile con il senso  comune  e con  i limiti di una  plausibile opinabilità di apprezzamento».  I parametri  di  valutazione  possono   dirsi   solo   parzialmente mutati per  effetto delle  modifiche apportate agli  artt. 533  e 606  cod. proc.  pen. ravvisare un vizio  rilevante in termini di inosservanza di legge  processuale, e per converso in   termini  di   manifesta  illogicità   della motivazione,   laddove  si rappresenti  che  le  risultanze  processuali avrebbero  in  effetti  consentito  una ricostruzione dei  fatti alternativa  rispetto a  quella   fatta   propria dai  giudici di merito,  purché tale  diversa   ricostruzione abbia  appunto maggior spessore   sul piano  logico  (realizzando così il presupposto del "ragionevole dubbio" ostativo ad una  pronuncia di condanna). Si è peraltro più  volte  ribadito che  anche  all'esito della  suddetta riforma «gli  aspetti del giudizio che consistono nella  valutazione  e nell'apprezzamento del significato degli  elementi acquisiti attengono interamente al merito e  non  sono  rilevanti nel  giudizio di  legittimità se  non  quando risulti viziato il discorso  giustificativo sulla  loro  capacità dimostrativa e [...], pertanto, restano inammissibili, in  sede di legittimità, le censure  che siano  nella  sostanza rivolte a sollecitare soltanto una  rivalutazione del  risultato probatorio» (Sez.  5, n.8094 del 11/01/2007, Ienco, Rv 236540). E, proprio con  riguardo al principio dell'  "oltre ogni  ragionevole dubbio", si è da  ultimo precisato che  esso  non  ha comunque inciso  sulla  natura del sindacato della  Corte  di Cassazione  in punto di motivazione della  sentenza  e non può, quindi, «essere  utilizzato per valorizzare e rendere  decisiva   la  duplicità  di   ricostruzioni alternative  del   medesimo fatto, eventualmente emerse in  sede di merito e segnalate dalla  difesa, una  volta  che tale   duplicità  sia   stata    oggetto  di   attenta   disamina  da   parte   del   giudice dell'appello» (Sez.S, n.10411 del 28/01/2013, Viola, Rv.254579).

 

 

S.  Il quinto motivo  di  ricorso   è  manifestamente infondato.  E'  sufficiente richiamare quanto indicato a pag.7  a proposito delle  ragioni che hanno  indotto la Corte  di  Appello  a  reputare congruo il periodo di  sospensione della  patente di guida  determinato dal giudice di primo grado.

 

 

6. Il sesto  motivo di  ricorso   è  inammissibile perché   proposto da  soggetto carente d'interesse.

6.1.    Hanno   affermato  le   Sezioni   Unite   della   Corte   di   Cassazione   che l'interesse  richiesto  dall'art.S68,   comma    4,   cod.proc.pen.  quale   condizione d'ammissibilità  di   qualsiasi  impugnazione,  deve   essere   correlato  agli   effetti primari e diretti del provvedimento   da impugnare e sussiste solo se l'impugnazione sia idonea acostituire, attraverso l'eliminazione di un provvedimento  pregiudizievole,  una   situazione  pratica    più   vantaggiosa  per l'impugnante rispetto a quella  esistente. Occorre, cioè, che il provvedimento del giudice  sia idoneo  a produrre una  lesione  della  sfera  giuridica dell'impugnante e che   l'eliminazione  o   la   riforma  della   decisione  gravata   renda    possibile  il 13/12/1995, Timpani,  RV. 203093; Sez.3, n.24272   del 24/03/2010, Abagnale, Rv. 247685; Sez.1, n.36038  del 21/09/2005, Kibak, Rv.232254; Sez.6, n.26012 del 27/04/2004, Manghisi, Rv. 229977; Sez.6, n.2158  del 15/06/1998, Mazzesi, Rv.212233).

6.2.  Nel caso in  esame  deve  rilevarsi che, in  base a quanto  emerge  dallo stesso   ricorso,   il veicolo   condotto   dall'imputato  all'atto  del  controllo   era  di proprietà della Cons. Coop., di cui l'imputato era legale rappresentante.

6.3.   Oltre   a  richiamare  la  possibilità   per  il  terzo   proprietario  del  bene confiscato  di far valere il diritto alla restituzione mediante  incidente  di esecuzione (Sez. 1, n. 47312  del 11/11/2011, Lazzoi, Rv. 251415), si deve qui in ogni caso sottolineare che la confisca del veicolo  disposta  con il provvedimento impugnato riguarda   un  bene  non  appartenente al ricorrente e che, pertanto, la sua sfera giuridica  non è stata  lesa, donde l'insussistenza dell'interesse a impugnare (Sez.3, n.25493  del 22/04/2009, Petrosillo).

 

 

7. Con motivi aggiunti  tempestivamente depositati il ricorrente ha formulato, in   subordine    rispetto    ai   motivi    concernenti   la   responsabilità,   istanza   di applicazione  della  causa di esclusione  della  punibilità introdotta dall'art.1 d. lgs. 16 marzo 2015, n.28, che ha inserito  nel codice penale l'art.131bis.

7.1. L'istanza è ammissibile in quanto il ricorrente ha enunciato specificamente gli elementi dai quali si debba desumere  la particolare tenuità  del fatto  e, in particolare, i seguenti: a) si tratta di contravvenzione punita  con pena detentiva inferiore  nel massimo  a cinque  anni,  oltre  alla  pena  pecuniaria; b)  il comportamento  addebitato  all'imputato   non   risulta   abituale;  c)   la   minima offensività  del   fatto   è  stata   ritenuta  dal   giudice   di   primo   grado,   che   ha determinato la pena nel minimo  edittale, ha applicato  le attenuanti generiche  e convertito la pena detentiva nella  corrispondente pena pecuniaria  sia in ragione dell'incensuratezza dell'imputato  sia  in  ragione  del  <mancato riscontro  di  una condotta  di guida  concretamente pericolosa> (Sez.5,  n.20994  del 17/04/2015, Losi; Sez.5, n.20986  del 17/04/2015).

7.2.    Il testo    della   norma   dispone   quanto    segue:<Esclusione      della punibilita'  per   particolare tenuita' del  fatto. Nei reati    per   i   quali    e'  prevista la   pena  detentiva non  superiore nel  massimo a cinque  anni,  ovvero  la   pena pecuniaria,  sola   o  congiunta  alla   predetta  pena,     la     punibilita'    e' esclusa quando, per  le modalita' della  condotta e per  l'esiguita' del danno  o del pericolo,

valutate  ai sensi dell'articolo 133,  primo comma, l'offesa e' di  particolare tenuita' e il comportamento risulta non abituale. (…)Il comportamento e' abituale  nel caso in   cui   l'autore  sia   stato  dichiarato

delinquente abituale, professionale  o per tendenza   ovvero  abbia commesso  piu' reati   della   stessa   indole,   anche   se   ciascun  fatto, isolatamente considerato, sia di particolare tenuita', nonche' nel caso in cui si tratti di reati che abbiano   ad oggetto   condotte  plurime, abituali  e reiterate.

Ai  fini  della  determinazione della pena detentiva prevista nel  primo comma non si tiene conto delle  circostanze,   ad  eccezione  di quelle per le quali la legge stabilisce  una pena di specie diversa  da quella ordinaria  del reato   e   di quelle    ad    effetto   speciale.    In quest'ultimo caso ai  fini  dell'applicazione del primo   comma   non  si tiene conto del giudizio  di bilanciamento delle  circostanze di  cui all'articolo 69.

La disposizione  del primo  comma si applica anche  quando   la  legge prevede la    particolare    tenuita'    del     danno     o    del     pericolo     come  circostanza attenuante>.

7.3.   Si  tratta  di  norma  applicabile  ai  processi  non  definiti con  sentenza passata   in  giudicato  in  quanto  più  favorevole  al  reo,   in  base  al  principio di legalità   penale    enunciato  della    Convenzione   Europea    dei   diritti dell'uomo  (CEDU),  così  come   interpretato dalla   giurisprudenza  di  Strasburgo, nella  prospettiva della  più  completa tutela dei diritti fondamentali della  persona. I principi di  matrice pattizia fungono, infatti,  al  contempo, da  parametri  del giudizio di  legittimità  costituzionale delle  norme interne (Corte Cost.  nn.348  e 349  del  2007;  Sez.  U  civili nn.   1338, 1339, 1340   e  1341 del  2004;  Sez.  l penale, n.  35616 del  22/09/2005, Cat  Berrò, Rv.  232115; Sez.  l, n.  32678  del

12/07/2006, Somogyi, Rv. 235036; Sez.  l, n. 2800  del 01/12/2006, dep.  2007, Dorigo, Rv.  235447) e  da  criteri ermeneutici ai quali  il giudice di  merito deve informare  l'interpretazione  del   diritto  interno.  Spetta,  dunque, al  giudice di merito  il  compito  ermeneutico della    norma   nazionale,  sperimentando  una interpretazione che  sia  conforme alla  disposizione conferente  della  CEDU così come  interpretata dalla  Corte  di Strasburgo (Corte Cost. n. 311 del 26/11/2009).

7.4.  E  l'esame  della   giurisprudenza  sovranazionale  ha   portato  la  Corte Costituzionale (Corte Cost.  n. 230  del  23/05/2012) a riscontrare come  L'art. 7 CEDU, pur  enunciando formalmente il solo  principio di  irretroattività, sia  stato interpretato  dalla   giurisprudenza  e  dalla   dottrina nel  senso  che  esso  delinea, nell'ambito del sistema europeo di tutela dei diritti dell'uomo, i due  fondamentali principi penalistici nullum  crimen  sine lege e nulla  poena sine lege. Il principio di legalità  permea di  sè  l'intero  impianto della   Convenzione  Europea   dei   diritti dell'uomo, molteplici essendo  le disposizioni di questa che  richiamano il concetto di  legalità o  la  nozione di  legge. Tale  nozione è  la  stessa   in  ogni  previsione convenzionale, perché <essa  rinvia al principio di legalità, che  è il fondamento di ogni  società  democratica e patrimonio comune degli  Stati membri del Consiglio d'Europa>.  La   richiamata  norma,  apparentemente   "debole"  e   scarsamente '"incisiva" rispetto ai  connotati degli  ordinamenti penali continentali (riserva di legge, irretroattività,  determinatezza, divieto  di  analogia), presenta, in  realtà, contenuti   particolarmente  qualificanti,   resi    progressivamente   espliciti   dalla giurisprudenza della  Corte  Europea, che  ha  esteso  la  portata della  disposizione, includendovi il  principio di   determinatezza  delle   norme penali, il  divieto  di analogia in  malam  partem  (Corte EDU 22/06/2000, Coeme  e altri c/  Belgio) e, più  recentemente, il principio implicito della  retroattività della  legge  meno  severa (Grande  Chambre  17/9/2009, Scoppola c/  Italia), enucleando dal  sistema della Convenzione un  concetto di  <legalità materiale>,  in  forza   del  quale   possono raggiungersi livelli  garantistici,  per   certi  aspetti,  più   elevati  di   quelli offerti dall'art. 25  Cost.  (Sez.  U, n.  18288 del  21/01/2010, Beschi,  Rv.  246651).  Con una   recente  pronuncia,  peraltro,  la   Consulta  ha   ribadito  che   l'applicazione retroattiva della   disposizione penale più  favorevole costituisce espressione del principio di eguaglianza, ferma  restando l'intangibilità del  giudicato (Corte Cost. n. 230/2012).

7.5.   Il Collegio ritiene,  pertanto,  che   nel  caso  concreto s'imponga l'annullamento della  decisione impugnata in ragione della  sopravvenuta disciplina più  favorevole. La motivazione offerta dal  giudice di merito, che  ha  affermato il<mancato  riscontro  di   una   condotta  di   guida    concretamente  pericolosa>, valutata unitamente all'applicazione della  pena  in misura pari  al minimo edittale, nel  concorso  degli   altri  presupposti di   legge   concernenti  la  pena   edittale  e l'abitualità,  rappresentano indici  significativi,  nel  senso   della   possibile sussunzione  del   fatto  nell'ipotesi di   particolare tenuità,  che  dovranno  essere valutati dal giudice del rinvio.

 

 

8.  Conclusivamente, rigettato  il ricorso nel  resto, la  sentenza va  annullata limitatamente alla  verifica delle   condizioni di  applicabilità dell'art.131 bis  cod. pen., con rinvio alla  Corte  di Appello di Bologna per nuovo esame.

 Annulla la sentenza impugnata limitatamente all'applicabilità dell'articolo 131 bis  cod.   pen.,  con   rinvio ad  altra   Sezione   della   Corte  di  Appello   di  Bologna; rigetta il ricorso nel resto.

 

 

 

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