• Giurisprudenza
  • Guida in stato di ebbrezza o sotto l'influenza di stupefacenti ed omicidio stradale
  • Dott.ssa Maristella Giuliano

Giudizio sulla particolare tenuità del fatto e il rifiuto di sottoporsi all'accertamento del tasso alcolemico

Corte di Cassazione Sezioni Unite Penali
Sentenza n. 13682 del 6 aprile 2016

Rifiuto di sottoporsi all'accertamento del tasso alcolemico – art. 131 bis codice penale – causa di non punibilità - particolare tenuità del fatto - applicabilità

Le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione hanno affermato che la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, di cui all'art. 131-bis del codice penale, è compatibile con il reato di rifiuto di sottoporsi all'accertamento del tasso alcolemico disciplinato dall'art. 186, comma 7 del codice della strada. L’esiguità  del disvalore  del fatto concreto, se pur corrispondente ad una fattispecie tipica di reato,  deve essere valutata sulla base di un’analisi che tenga conto di tre indicatori quali: la  condotta, il  danno  e  la colpevolezza.

RITENUTO  IN  FATTO

1. Il Tribunale  di   Cosenza   ha   affermato  la   responsabilità dell'imputato indicato  in  epigrafe  in  ordine  al reato  di  cui all'art. 186,  comma  7, del  codice della  strada   commesso il 7 agosto  2011. La pronunzia è stata  confermata dalla Corte  di appello di Catanzaro.

2.   L'imputato  ha  presentato  ricorso   per  cassazione,   chiedendo   che  sia ritenuta la non punibilità per  particolare tenuità del fatto ai sensi  dell'art. 13-bis. cod. pen. introdotto in epoca successiva alla sentenza d'appello.

3. La Quarta  Sezione penale, cui il giudizio  era stato  assegnato,  ha rimesso alle  Sezioni  Unite  la  questione   relativa   alla  compatibilità  della  causa  di  non punibilità per particolare tenuità del fatto  di cui all'art. 131-bis cod. pen.  con il reato previsto  dall'art. 186, comma  7, cod. strada.

L'ordinanza  rammenta che il quesito  ha trovato risposta  affermativa in una

pronunzia  di legittimità (Sez. 4, n. 33821 del 01/07/2015, Pasolini, Rv. 264357);

ma ritiene  non condivisibile tale soluzione.

Si  considera   che  l'illecito in  questione,   costituito dal  rifiuto  di  sottoporsi all'esame  alcoolimetrico da parte  del  conducente  di un veicolo,  si risolve  in una condotta   di  dissenso  che  è  sempre   uguale   a  se  stessa  e  delinea   un  reato istantaneo; sicché sarebbe  impossibile una graduazione dell'offensività nel senso richiesto  dall'art. 131-bis  cod. pen.

D'altra   parte,  il nuovo  istituto richiede  di valutare   la  sola  condotta   e non consente  di  apprezzare  se  essa  abbia  dato  luogo  ad  una  situazione concretamente pericolosa.  Conseguentemente, non  è condivisibile l'approccio alproblema  proposto  dalla citata  sentenza  Pasolini, che ha ritenuto la possibilità  di ritenere la  particolare tenuità   del  fatto   proprio   in  considerazione  del  mancato riscontro  di concreta  pericolosità.

A ciò si aggiunge  che il bene tutelato dalla norma  incriminatrice è costituito dal   regolare   andamento  dei  controlli  di  polizia   attinenti  alla  sicurezza   della circolazione; e che al riguardo  non può ipotizzarsi la graduazione dell'offesa.

4.  Con decreto  del  21 dicembre   2015  il Primo  Presidente  ha  assegnato  il ricorso alle Sezioni unite e ne ha disposto  la trattazione nell'udienza odierna.

CONSIDERATO IN  DIRITTO

1. La questione sottoposta all'esame delle  Sezioni  Unite  attiene al seguente

quesito:

"Se  la causa  di non  punibilità per  particolare tenuità del  fatto, di  cui all'art.131-bis cod. pen.,  sia  compatibile con  il  reato  di  rifiuto di  sottoporsi all'accertamento alcoolimetrico, previsto  dall'art. 186, comma  7, cod. strada".

2.  Occorre  considerare   che  l'art.  131-bis cod.  pen.  è stato  introdotto  con l'art. 1, comma 2, d.lgs. 16  marzo 2015, n. 28, e quindi in epoca  successiva alla pronunzia  d'appello, emessa il 10 febbraio  2015 e relativa  a fatto  commesso  illS marzo 2011.

Questa  Corte  ha  in  numerose   occasioni  condivisibilmente ritenuto  che, se non    è   stato     possibile   proporlo   in    grado    di    appello,   il   tema    afferente all'applicazione  del   nuovo   istituto  può   essere   dedotto  davanti  alla   Corte   di cassazione e può  essere  altresì  rilevato d'ufficio ai sensi  dell'art. 609,  comma  2, cod.   proc.   pen.   (da   ultimo Sez.   3,   n.  24358  del   14/05/2015,  Ferretti,  Rv.

264109; Sez. 4,  n. 22381 del 17/04/2015, Mauri, Rv. 263496; Sez.  3,  n. 15449 del 08/04/2015, Mazzarotto, Rv. 263308).

Si   è   infatti  in   presenza,  come   sarà   meglio  esposto    nel   prosieguo, di innovazione di diritto penale  sostanziale che disciplina l'esclusione della  punibilità e  che  reca  senza  dubbio una  disciplina  più  favorevole. Il novum trova  quindi applicazione retroattiva  ai  sensi  dell'art. 2, quarto comma, cod.  pen.  L'elevato rango  del principio espresso  da tale  ultima norma impone la sua  applicazione ex officio, anche  in  caso di ricorso inammissibile, come  ritenuto recentemente dall Sezioni   unite.  Si  è  infatti condivisibilmente affermato il  diritto  dell'imputato, desumibile dal  principio in  questione, ad essere  giudicato in  base  al trattamento più   favorevole  tra   quelli  succedutisi  nel   tempo;  ed   il dovere del   giudice di applicare la  /ex mitior, anche  nel  caso  in cui  il ricorso sia  inammissibile (Sez.  U, n. 46653 del  26/06/2015, Della Fazia,  Rv. 265110).

Naturalmente, quando non  sia in questione l'applicazione della  sopravvenuta legge   più   favorevole  ai   sensi   dell'art.  609,   comma    2,   cod.   proc.   pen.,   la inammissibilità del ricorso per  cassazione preclude la deducibilità e la rilevabilità di ufficio della  causa di non  punibilità.

3. Appurata la rilevanza della  nuova  disciplina, resta  da intendere quale  sia il ruolo  della  Corte  di cassazione. In proposito si è ripetutamente ritenuto che vada compiuta  una   preliminare  delibazione in  ordine  all'applicabilità  in  astratto  del

nuovo  istituto sulla  base  degli  elementi di  giudizio disponibili alla  stregua delle risultanze  processuali  e della  motivazione della  decisione  impugnata; e che, in caso di  valutazione  positiva, la sentenza  impugnata debba essere annullata  con rinvio al  giudice di  merito per  le  pertinenti  valutazioni e  statuizioni (oltre  alle sentenze sub  §  1,  da  ultimo, Sez.   3,  n.   21474 del  22/04/2015,  Fantoni, Rv 263693; Sez.  4,  n. 33821 del 01/07/2015, Pasolini,  Rv. 264357).

In  qualche pronunzia, peraltro,  è  stata    pure   ritenuta  la   possibilità di applicare  direttamente, ai sensi  dell'art. 620,  comma  1,  lett.  /), cod.  proc.  pen., la  causa  di  non  punibilità  quando  risulti   palese  dalla  sentenza  impugnata  la ricorrenza   dei   presupposti   oggettivi  e  soggettivi  formali   della   stessa,   e  un apprezzamento  del   giudice  di   merito  che   consenta  di   ritenere   coerente  la conclusione che  il  caso  di  specie  debba  essere  ricondotto alla  previsione di  cui all'art.  131-bis cod.   pen.   (Sez.   6,   n.   45073  del   16/09/2015,   Barrara,  Rv. 265224; Sez.  5,  n. 48020 del  07/10/2015, V., Rv. 265467).

Il tema  di  cui  si discute chiama effettivamente  in  campo  l'art. 620,  comma l, lett. /),  cod.   proc.   pen.  che  consente  alla  Corte   di  cassazione  di  adottare pronunzia di  annullamento senza  rinvio quando la  restituzione del  giudizio nella sede  di  merito è "superflua"; quando, cioè,  per  quel  che  qui  interessa, non  è richiesta una  valutazione sul fatto estranea al sindacato di legittimità.

Tale  norma  è  stata   ripetutamente  ritenuta  dalle   Sezioni   Unite   fonte  per l'adozione di pronunzie assolutorie nella  sede  di legittimità (Sez.  U, n.  22327  del 30/10/2003,  Andreotti,  Rv.   226100;   Sez.    U,   n.   22327   del    21/05/2003, Carnevale,  Rv.   224181);  oltre    che   dalle    sezioni    semplici  (ad   es.   Sez.   2, 11/11/2010, n.  41461,  Franzi, Rv.  248927).  Essa  ha  costituito  pure   la  base normativa per  applicare una  causa  di non  punibilità sopravvenuta (ad  es. Sez. 6, n. 9727  del  18/02/2014, Grieco,  Rv 259110; Sez.  6,  n. 17065 del  26/04/2012, Cirillo, Rv. 252506).

In tali  situazioni la pronunzia è adottata ai sensi  dell'art. 129  cod. proc.  pen. Né un ostacolo può essere  rinvenuto nel fatto che tale  articolo, pur  dedicato nella rubrica  all'obbligo  della   immediata  declaratoria  di  determinate  cause   di   non punibilità, non  fa  menzione dell'ipotesi in  cui  ricorra una  causa  di non  punibilità. Invero la  norma ha  portata  generale, sistemica. Essa,  come  già  ritenuto  dalle Sezioni  Unite   (Sez.  U,   n.  12283 del  25/01/2005, De  Rosa,  Rv.   230529), non attribuisce al giudice un  potere  di giudizio ulteriore ed autonomo rispetto a quello già   riconosciutogli dalle   specifiche norme  che  regolano l'epilogo  proscioglitivo nelle   varie   fasi   e  nei   diversi  gradi   del   processo,  ma   enuncia  una   regola   di condotta rivolta  al  giudice che,  operando  in  ogni  stato   e  grado   del   processo, presuppone  l'esercizio  della   giurisdizione  con   effettiva   pienezza  del contraddittorio.  In  breve,  atteso  l'indicato  ruolo    sistemico,  l'articolo  citato consente l'adozione di tutte le formule di proscioglimento.

Occorre  infine aggiungere che  l'applicazione del  meccanismo processuale di cui  si  discute non  è  preclusa nell'ambito  del  nuovo   istituto, a causa  del  diritto dell'imputato all'interlocuzione. Invero, il  giudizio  di  legittimità è caratterizzato da ampio  contraddittorio scritto  ed orale  su ogni  aspetto  della  regiudicanda. E d'altra parte, naturalmente, la Corte  non  potrebbe comunque prosciogliere l'imputato con una formula  meno favorevole  di quella  enunciata  nella sentenza di merito; ma  dovrebbe semmai addivenire ad esito  più favorevole, come  nel  caso di sopravvenuta prescrizione, pure se il fatto  è specialmente tenue.

4. Resta da intendere quale  sia la natura e la conformazione del giudizio demandato alla  Corte  di cassazione.

Anticipando quanto   sarà    esposto più    avanti,  va  considerato   che la valutazione sulla  particolare tenuità del fatto richiede l'analisi e la considerazione della  condotta, delle  conseguenze del  reato e  del  grado  della  colpevolezza.  Si tratta di  ponderazioni che  sono  parte ineliminabile del  giudizio di  merito e che sono conseguentemente espresse in motivazione, magari in guisa  implicita. Sulla base  del fatto accertato e valutato dalla  sentenza impugnata, dunque, il giudice

di  legittimità è nella  condizione di esperire il giudizio che  gli  è proprio, afferente all'applicazione  della   legge;  di   accertare,  cioè,   se   la   fattispecie   concreta  è collocata entro il modello legale  espresso  dal nuovo istituto.

Conclusivamente, quando la  sentenza impugnata  sia  anteriore alla  novella, l'applicazione dell'istituto  nel  giudizio di  legittimità va  ritenuta o esclusa  senza che  si debba  rinviare il processo  nella  sede  di  merito. Ove esistano le condizioni di legge,  l'epilogo decisorio è costituito, alla  luce  di quanto si è prima esposto ed alla   stregua  degli   artt.  620,   comma  1,  lett. /},  e  129   cod.   proc.   pen.,   da pronunzia di annullamento senza  rinvio perché l'imputato non è punibile a causa della  particolare tenuità del fatto.

5. Chiarito il contenuto del giudizio di legittimità, occorre intendere se l'art. 131-bis cod. pen. sia applicabile al reato  oggetto del giudizio.

5.1.   La  sentenza  Pasolini   evocata   nell'ordinanza  di   rimessione,  ha  dato risposta positiva. E' stata  annullata con  rinvio la  pronunzia di  merito a  seguito della  sopravvenuta disciplina più  favorevole.

Si è considerato che  alla  stregua della  sentenza impugnata non emerge una condotta di  guida   concretamente  pericolosa, e  che  la  pena  è  stata   irrogata in misura pari  al minimo edittale, sicché  esistono indici significativi nel senso  della possibile sussunzione del  fatto nell'ipotesi di  particolare tenuità, che  dovranno essere  valutati dal giudice del rinvio.

5.2.  Questo  approccio non  presenta aspetti critici per  ciò  che  attiene all'applicabilità del  nuovo  istituto al caso in esame; e le obiezioni esposte nell'ordinanza di rimessione non colgono nel segno.

Il tema,   peraltro, non   può  essere   esaminato  in  astratto,  ma   richiede di partire dal  dato   testuale.  Occorre   considerare  che  il legislatore ha  limitato il campo   d'applicazione  del   nuovo   istituto  in   relazione  alla   gravità  del   reato, desunta dalla pena edittale  massima;  ed alla non abitualità del comportamento.

In  tale  ambito, come  sarà  meglio  esplicitato più avanti, il fatto particolarmente tenue   va  individuato alla  stregua di caratteri riconducibili a tre categorie di  indicatori:  le  modalità  della   condotta, l'esiguità  del  danno   o  del pericolo, il grado della  colpevolezza.

L'ordinanza  di   rimessione,  dunque,   non   coglie    nel   segno    e   pecca   di astrattezza quando lega  il nuovo istituto al principio di offensività.

Le  Sezioni   Unite   hanno   già  avuto  occasione, recentemente, di  evocare le radici e le inespresse potenzialità ermeneutiche del  principio di offensività (Sez. U,  n.  40354 del   18/07/2013, Sciuscio,  Rv.  255974). Si   è  rammentata la  sua costituzionalizzazione, conseguita attraverso la lettura integrata di diverse norme della  legge  fondamentale. Si è pure  posto  in luce  (e lo si ribadisce nella  presente sede)    che    l'interprete  delle    norme   penali    ha    l'obbligo  di    adattarle   alla Costituzione    in     via     ermeneutica,    rendendole    applicabili    solo     ai     fatti concretamente offensivi; offensivi in misura apprezzabile. Ibeni giuridici e la loro offesa   costituiscono la  chiave   per  una   interpretazione  teleologica dei  fatti  che renda  visibile la specifica offesa  già  contenuta nel  tipo  legale  del fatto. Sul piano ermeneutico viene  così superato lo stacco  tra  tipicità ed offensività. Isingoli tipi di  reato   vanno ricostruiti  in  conformità al  principio di  offensività, sicché  tra   i molteplici significati eventualmente compatibili con la lettera della  legge  si dovrà operare una  scelta  con  l'aiuto del criterio del  bene  giuridico, considerando fuori del tipo  di fatto incriminato i comportamenti non  offensivi dell'interesse protetto.

In  breve, è   proprio il  parametro valutativo di   offensività  che   consente di individuare gli  elementi fattuali dotati di  tipicità; e  di  dare  contenuto tangibile alle espressioni vaghe  che spesso compaiono nelle  formule legali.

Da quanto precede emerge che  il principio di offensività attiene all'essere o

non  essere   di  un   reato   o  di  una  sua  circostanza;  e  non   è  invece   implicato nell'ambito di cui ci si occupa, che riguarda   per  definizione fatti senza  incertezze pienamente riconducibili alla  fattispecie legale.

La  distinzione  va   sottolineata,  anche   per   rispondere  alle   preoccupazioni espresse  da  chi  teme  che  la  nuova  figura, consentendo di  devitalizzare vicende marginali, finisca  con il depotenziare il principio di offensività quale  chiave  per la congrua restrizione dell'area del penalmente rilevante.

 

6.  In realtà  il nuovo  istituto è  esplicitamente, ìndìscutibìlmente definito   e disciplinato come  causa  di  non  punibilità e costituisce  dunque  figura  dì  diritto penale  sostanziale.  Esso persegue  finalità  connesse ai principi di proporzione ed extrema  ratio; con effetti anche in tema dì deflazione.  Lo scopo primario è quello di  espungere  dal circuito   penale  fatti   marginali, che  non  mostrano bisogno  di pena e, dunque,  neppure  la necessità  di impegnare  i complessi  meccanismi  del processo. Proporzione  e deflazione  s'intrecciano coerentemente.

Il dato  normativo conduce senza dubbi di sorta  a tale esito  interpretativo. Il giudizio  sulla tenuità  del fatto  richiede, infatti, una valutazione complessa che ha ad  oggetto   le  modalità   della   condotta   e  l'esiguità  del  danno   o  del  pericolo valutate ai sensi dell'art. 133, primo  comma,  cod. pen. Si richiede, in breve, una equilibrata considerazione di tutte le peculiarità  della  fattispecie concreta; e non solo   di   quelle   che   attengono  all'entità   dell'aggressione  del   bene   giuridico protetto.

Per  ciò  che  qui  interessa,  non  esiste  un'offesa   tenue  o  grave   in  chiave archetipica. E' la  concreta  manifestazione del  reato  che  ne  segna  il  disvalore. Come è  stato  persuasivamente considerato, qualunque   reato,  anche  l'omicidio, può essere tenue, come quando  la condotta  illecita  conduce ad abbreviare la vita solo di poco.

7. Di particolare ed illuminante rilievo  è il riferimento testuale  alle modalità della  condotta, al  comportamento.  La nuova  normativa non  si interessa  della condotta     tipica,     bensì    ha    riguardo     alle    forme     di    estrinsecazione   del comportamento, al fine di valutarne complessivamente la gravità,  l'entità del contrasto rispetto  alla legge e conseguentemente il bisogno di pena.

Insomma, sì è qui entro  la distinzione tra  fatto  legale, tipico, e fatto  storico,situazione    reale    ed   irripetibile   costituita   da   tutti   gli    elementi   di   fatto concretamente  realizzati   dall'agente;  secondo   l'insegnamento  espresso   nella pagina  fondativa   del  fatto  nella  teoria   generale  del  reato.   Ed è chiaro  che  la novella  intende  per  l'appunto riferirsi alla  connotazione   storica  della  condotta, essendo in questione  non la conformità al tipo, bensì l'entità del suo complessivo disvalore.

Allora, essendo in considerazione la caratterizzazione del fatto  storico  nella

sua interezza,  non si dà tipologia  di reato per la quale non sia possibile la considerazione della modalità della condotta; ed in cui sia quindi inibita antologicamente    l'applicazione    del     nuovo     istituto.    L'opinione     contraria manifestata  dall'ordinanza  di   rimessione  è  deviata   dalla   impropria sovrapposizione tra il fatto  tipico  ed il fatto  storico;  tra l'offesa  e la sua entità.

Dunque,  pure nei reati senza offesa, di disobbedienza, o comunque  poveri  di tratti  descrittivi, contrassegnati magari  da una  mera omissione  o da un rifiuto, la valutazione richiesta  dalla legge è possibile  e doverosa, dovendosi  considerare  la concreta  manifestazione del fatto  illecito.

Del  resto,   l'esperienza   giuridica  mostra   esempi   eloquenti:  non  è  certo indifferente, nella  ponderazione del disvalore del fatto e del  bisogno di  pena,  se un  comportamento che  si estrinseca   in  un  mero  rifiuto sia  accompagnato   da manifestazioni di irriguardosa e violenta  opposizione  o sia invece  dovuto  ad una non   completa   comprensione  del   contesto,  ovvero  a   concomitanti   esigenze personali socialmente apprezzabili. Né, sempre per  restare alla  fattispecie di cui si discute, è indifferente il contesto fattuale che  fa  da  sfondo  al rifiuto stesso  e che afferisce alle circostanze della  guida.

Per  di   più,   la  tesi   espressa   dall'ordinanza  di   rimessione  condurrebbe  a conseguenze paradossali: l'inapplicabilità dell'istituto ai  reati  bagatellari, caratterizzati  di   solito    dall'omissione  di   una   prescrizione,  con   conseguente frustrazione delle  finalità deflative sottese alla  novella. Pure per tali  reati, invece, occorre considerare il contesto: l'entità, l'oggetto, gli  effetti della  condotta  ed ogni altro elemento significativo.

8.  Tale  ricostruzione dell'istituto  trova ulteriore conferma nella  necessità  di compiere le valutazioni di cui si discute alla  luce dell'art. 133, primo comma, cod. pen.

Il richiamo mette in campo, oltre  alle  caratteristiche dell'azione e alla  gravità del danno  o del  pericolo, anche  l'intensità del dolo  e il grado  della  colpa.  A tale riguardo sono  state  manifestate perplessità, alimentate dal  timore che  vengano richieste indagini complesse sulla  sfera  interiore, incompatibili con  la spedita applicazione del  nuovo  istituto, e  possibili cause  di  derive incontrollabili nell'esercizio della  discrezionalità

Si tratta di  dubbi  che  non  sono  fondati. La pertinenza del  richiamo emerge icasticamente dalla   stessa  intitolazione dell'art.  133,  dedicato alla   valutazione della  gravità del  reato  agli  effetti della  pena; atteso che  il nuovo istituto è stato configurato proprio come  una causa di esclusione della  punibilità.

D'altra parte, occorre  considerare che  se è vero  che lo sviluppo del progetto normativa ha  in  più  occasioni mostrato  di  preferire la  considerazione dei  tratti più     obiettivabili    rifuggendo   dai     profili   interiori,   tuttavia,    come     ormai comunemente ritenuto,  anche   l'elemento  soggettivo  del   reato   penetra  nella tipicità oggettiva. Ciò è particolarmente chiaro nell'ambito della  colpa, ave  rileva il tratto obiettivo della  violazione della  regola  cautelare. Ma anche  nell'ambito del

dolo  condotta e colpevolezza s'intrecciano.

Soprattutto, infine, la  dottrina della   colpevolezza  è troppo profondamente legata  al  tema   della   pena  e  della  sua  commisurazione  perché  se  ne  possa prescindere  del   tutto   nell'ambito della   valutazione  sulla   sua   meritevolezza richiesta dalla  novella. Si vuoi  dire  che  razionalmente, nel  disciplinare  la graduazione dell'illecito, si è fatto riferimento non  solo  al disvalore di azione  e di evento  ma anche al grado della colpevolezza.

La  rilevanza del  profilo soggettivo emerge, del  resto, dal  parere  espresso dalla   Camera    sullo   schema    di   decreto  legislativo.  Si   è   considerato  che   il parametro della   modalità  della   condotta  consente valutazioni  anche   di  natura soggettiva sul grado  della  colpa  e sull'intensità del dolo; e si è quindi proposto di introdurre il richiamo esplicito all'art. 133,  primo comma, cod. pen.  che compare nell'atto normativa.

Tali brevi considerazioni corroborano la prospettata ricostruzione della  nuova figura   giuridica. Essendo  richiesta la  ponderazione della  colpevolezza in  termini

di  esiguità e  quindi la  sua  graduazione, è del  tutto  naturale che  il  giudice  sia chiamato   ad    un    apprezzamento   di    tutte   le    rilevanti    contingenze   che caratterizzano  ciascuna  vicenda  concreta  ed  in  specie   di  quelle  afferenti  alla condotta; ed  è quindi escluso  che  una  preclusione possa  derivare dalla  modesta caratterizzazione, sul piano  descrittivo, della  fattispecie tipica.

9. L'approccio proposto può  essere  ripetuto in  guisa  non  molto dissimile per ciò  che  riguarda la  ponderazione dell'entità del  danno  o del  pericolo. Anche  qui nessuna precostituita preclusione categoriale è consentita, dovendosi invece compiere una  valutazione mirata sulla  manifestazione del  reato, sulle  sue conseguenze.

L'ordinanza  di  rimessione sembra  dubitare  che  siffatta  valutazione  possa esser  fatta con  riguardo a illeciti nei  quali sia impossibile o difficile compiere un apprezzamento gradualistico rapportato all'entità  della  lesione od  esposizione a pericolo  di  un   bene   giuridico;  o  nei  quali  la  misurazione  sia  stata   espressa direttamente  dal    legislatore  attraverso   l'individuazione  di   soglie,    fasce   di rilevanza penale  o di graduazione dell'entità dell'illecito.

Pure  tale   dubbio  è  ingiustificato.  Esso  è  ancora   una   volta   determinato dall'idea che  la  valutazione  afferente  all'esiguità  del  fatto o  dell'offesa  debba essere  articolata nel  rispetto della   tradizione che  lega  il  principio di  offensività alla  lesione od esposizione a pericolo del bene  giuridico. Si tratta di un approccio che non tiene conto  della  disciplina legale.

Il legislatore, come  si  è accennato, ha esplicato una  complessa elaborazione per   definire  l'ambito  dell'istituto.  Da  un   lato   ha   compiuto  una   graduazione qualitativa, astratta, basata  sull'entità e sulla  natura della  pena; e vi ha aggiunto un  elemento d'impronta  personale, pure   esso  tipizzato,  tassativo,  relativo  alla abitualità o  meno   del  comportamento. Dall'altro lato   ha  demandato al  giudice una   ponderazione quantitativa  rapportata  al  disvalore  di   azione,   a  quello  di evento,  nonché  al grado  della  colpevolezza. Ha infine  limitato la discrezionalità del  giudizio  escludendo alcune   contingenze ritenute  incompatibili con  l'idea   di speciale   tenuità:  motivi abietti o  futili,  crudeltà,  minorata difesa   della   vittima

ecc..

Da  tale   connotazione dell'istituto  emerge un  dato   di  cruciale rilievo, che deve   essere   con  forza   rimarcato:   l'esiguità  del   disvalore   è   frutto  di   una valutazione congiunta   degli  indicatori afferenti alla  condotta, al  danno  ed  alla colpevolezza.  E potrà  ben accadere  che si sia in presenza  di elementi di giudizio di segno opposto da soppesare e bilanciare prudentemente.

Da quanto  precede discende  che la valutazione inerente  all'entità del danno o  del  pericolo   non  è  da  sola  sufficiente a  fondare   o  escludere   il giudizio   di marginalità del fatto. Tale conclusione è desunta  non solo dalla complessiva articolazione  della   disciplina   cui  si  è  sopra   fatto   cenno,   ma  anche  da  due argomenti specifici.

In primo   luogo,   il legislatore   ha  espressamente  previsto   che  la  nuova disciplina  trova  applicazione  anche quando  la legge prevede  la particolare tenuità del   danno   o  del   pericolo   come   circostanza   attenuante.  Dunque,   anche   in presenza  di  un  danno  di  speciale  tenuità  l'applicazione dell'art.  131-bis   è  pur sempre legata anche alla considerazione dei già evocati indicatori afferenti alla condotta  ed alla colpevolezza.

D'altra   parte,   quando   si  è  voluto   evitare   che  la  graduazione  del   reato espressa in una circostanza  aggravante ragguagliata all'entità della lesione sia travolta   da  elementi di  giudizio   di  segno  opposto  afferenti agli  altri  indicatori previsti   dalla   legge  lo  si  è  ha  fatto   esplicitamente:  l'offesa   non  può  essere ritenuta tenue  quando  la condotta  ha cagionato, quale conseguenza  non  voluta, lesioni gravissime.

In  breve,  è stata  accolta  in tutto e per tutto la concezione  gradualistica del reato  già  nitidamente scolpita  nell'insegnamento Carrariano:  «nella  ricerca  sul grado si esamina  un fatto  nelle eccezionali accidentalità del suo concreto  modo di essere  nella  individualità  criminosa   nella  quale  si  estrinseca»;  e,  nel  rispetto della  legge,  tale  giudizio   non  può  che  essere  rimesso   al  magistrato  «perché l'uomo  deve essere condannato  secondo la verità  e non secondo le presunzioni». Si tratta, d'altra   parte,  di  approccio  non  solo  tradizionale ma  anche  moderno, ripreso   dagli   studiosi   che   hanno   analizzato    i   mutevoli  pesi   dell'esperienza giuridica  proprio  per cogliervi  criteri  di selezione  di comportamenti per l'appunto minori, meritevoli di trattamento differenziato.

10. Alla luce di tali  considerazioni è possibile rispondere agli interrogativi che riguardano  la   fattispecie   in   esame.    Come    si   è   accennato,   l'ordinanza   di rimessione  ritiene  che   la   valutazione   sulla    tenuità  del   fatto  sia   preclusa nell'ambito delle  fattispecie in cui non è richiesto l'accertamento della  concreta pericolosità della  condotta tipica.

A tale  riguardo occorre considerare che l'illecito di cui  all'art. 186,  comma  7, cod.   strada    sanziona il  rifiuto di   sottoporsi  all'indagine  alcoolimetrica  volta all'accertamento della  guida in stato di ebbrezza sanzionata  dal secondo  comma dello  stesso  articolo. In conseguenza, la lettura della  ratio e dello  sfondo  di tutela che presiedono alla  contravvenzione in  esame  sarebbe fallace  ed astratta se non si confrontasse con l'intimo intreccio tra  i due  reati, enfatizzato dal  fatto che uno è punito con le sanzioni previste dall'altro. In breve, il comma  7 non  punisce una mera,    astratta  disobbedienza  ma   un   rifiuto  connesso a   condotte  di   guida indiziate di   essere   gravemente irregolari  e  tipicamente pericolose, il  cui accertamento è  disciplinato da  procedure di  cui  il  sanzionato rifiuto  costituisce solitamente la deliberata elusione.

Dunque, non  può  farsi  a meno  di esaminare la collaterale contravvenzione di cui al richiamato comma 2 dell'art. 186.  Essa si inscrive nella  categoria di  illeciti in  cui  la  pericolosità della  condotta tipica  è  tratteggiata in  guisa  categoriale: è ritenuta  una   volta   per   tutte  dal   legislatore,  che   individua  comportamenti contrassegnati, alla  stregua di informazioni scientifiche o di  comune esperienza, dall'attitudine ad aggredire il bene  oggetto di protezione. Si tratta, in  breve, dei reati  di pericolo presunto: nessuna  indagine è richiesta sulla  fattispecie concreta e sulla  concreta pericolosità  in  relazione al  bene  giuridico oggetto di  tutela. Si tratta,  è  bene   rammentarlo, di   una   categoria  di   illeciti  che  trova   frequente espressione in reati  contravvenzionali connotati proprio dal supera mento di valori soglia  ritenuti per l'appunto tipicamente pericolosi.

Orbene,  non  è  da  credere che  tale  conformazione della   fattispecie  faccia perdere il  suo  ancoraggio all'idea   di  pericolo ed  ai  beni  giuridici che  si trovano sullo  sfondo. Al contrario, come  ormai diffusamente ritenuto, si tratta di  illeciti che presentano un  forte legame con  l'archetipo della  pericolosità e garantiscono, anzi,  il rispetto del  principio di tassatività, assicurando la  definita conformazione della  fattispecie alla  stregua di accreditate informazioni scientifiche e di razionale ponderazione  degli   interessi  in  gioco;   ed  eliminando  gli  spazi   di  vaghezza  e discrezionalità  connessi alla  necessità   di  accertare in  concreto  l'offensività  del fatto.

Da  tale  ricostruzione della  categoria  discende che,  accertata  la  situazione pericolosa tipica   e  dunque l'offesa, resta   pur  sempre spazio  per  apprezzare in concreto,  alla   stregua  della   manifestazione  del   reato,  ed   al   solo   fine   della ponderazione in  ordine alla  gravità dell'illecito, quale  sia  lo  sfondo   fattuale nel quale   la  condotta si  inscrive e  quale   sia,  in  conseguenza, il concreto possibile impatto pregiudizievole rispetto al bene  tutelato.

E'  agevole, a  questo punto, tradurre  le  indicate  enunciazioni di principio nell'ambito  di   cui   ci   si   occupa,    non   prima,  però,   di   aver   posto   un'ultima preliminare precisazione. Non può ritenersi che lo sfondo di tutela  del reato di cui all'art. 186,  comma 2,  sia  quello della   regolarità della  circolazione. Istanze di sicurezza e regolarità della  circolazione  permeano, nel complesso, il codice della strada. Tuttavia la  nostra contravvenzione ha  una  evidente e ben  poco  mediata correlazione con  i beni  della  vita  e dell'integrità personale. Tale  conclusione non sì trae  solo da diretta, vivida e comune fonte esperienziale. E' la stessa  disciplina legale  a fornire univoca indicazione in tal senso. Il comma 2-bis  prevede che se il

conducente  in   stato  di   ebbrezza    provoca  un   incidente  stradale,  il   reato   è aggravato. Più  in  generale, l'art.  222  prevede severe   sanzioni amministrative accessorie  quando  dalla   violazione  di   norme  del   Codice   derivano  danni   alle persone.

Dunque,  il  doveroso  apprezzamento in   ordine  alla   gravità  dell'illecito

connesso  all'applicazione   dell'art.    131-bis   consente   ed    anzi    impone  di considerare  se   il  fatto  illecito abbia   generato  un   contesto  concretamente  e significativamente pericoloso con riguardo ai beni  indicati. Per esemplificare: non è  indifferente che  il  veicolo   sia  stato   guidato per  pochi   metri in  un  solitario parcheggio o ad  elevata velocità in  una  strada affollata, magari generando un incidente.  E l'indicato intreccio tra  le due  contravvenzioni impone di considerare, ai fini  che  qui  interessano,   pure  con  riguardo a quella di mero  rifiuto lo  sfondo fattuale, la rischiosità del contesto nel quale  l'illecito s'inscrive.

11.  Va conclusivamente enunciato il seguente principio di diritto:

"La  causa  di  non  punibilità per  particolare tenuità  del  fatto, di  cui  all'art. 131-bis  cod.    pen.,   è   compatibile   con    il    reato    di    rifiuto   di    sottoporsi all'accertamento alcoolimetrico, previsto dall'art. 186, comma 7, cod.  strada".

12.  Alla   luce   dei   principi sin   qui   posti   è  infine   possibile  rispondere  alla richiesta, posta  dal  ricorso, di applicazione del nuovo  istituto.

Si   tratta  di   prendere  in   esame   i  fatti  e   le  valutazioni  espresse    nella pronunzia di  merito e  di  verificare se  possa  ritenersi concretata la  fattispecie legale  di speciale tenuità.

Orbene,  dalla   sentenza  emerge  che   l'imputato,  fermato  dai   Carabinieri, mostrò immediatamente i sintomi di un grave  stato di alterazione alcoolica: forte alito     vinoso,   difficoltà    di    espressione,  eloquio   sconnesso,  difficoltà   di coordinamento dei  movimenti, stato  confusionale, equilibrio  precario,  andatura barcollante. Egli venne  sottoposto al test  qualitativo preliminare che ebbe  esito positivo  e rifiutò di sottoporsi all'alcoltest.

Tali dati, valutati alla  stregua  dei  criteri previsti  dalla  legge, consentono  di escludere   che  sia  ravvisabile  un  fatto   specialmente  tenue:   il  rifiuto  è  stato deliberato e motivato dall'esito dell'indagine preliminare; e d'altra  parte  lo stato d'alterazione era tanto  marcato  da consentire  agevoli  deduzioni  sulla pericolosità della condotta  di guida.

Il ricorso   deve   essere  conseguentemente rigettato.  Segue  per  legge  la condanna  al pagamento  delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta   il  ricorso   e   condanna   il  ricorrente al   pagamento   delle   spese processuali.

Cosi deciso il  25/02/2016.

Depositata in Cancelleria 6/4/2016

 

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